12/01/12

Shopper biodegradabili, c'è ancora il nodo dei sacchetti additivati e la rivoluzione resta incompiuta


La rivoluzione è cominciata, ma per adesso risulta ancora incompiuta. Lo stop agli shopper monouso in plastica non biodegradabile ha cambiato, in un anno dall’entrata in vigore, le abitudini dei cittadini e i commercianti la promuovono (lo dice una ricerca realizzata da Renato Mannheimer commissionata da Assobioplastiche), ma resta qualche criticità. A partire da quell’ambiguità non ancora risolta sulle buste in plastiche additivate, biodegradabili sì (anche se in percentuale minore rispetto alle bioplastiche vere e proprie), ma non compostabili, e che dunque non sarebbero del tutto legali. Questione da cui scaturiscono mille dubbi anche per i commercianti, che chiedono maggiore informazione, mentre le associazioni di produttori e gli ambientalisti rilanciano: il governo faccia finalmente chiarezza ed escluda con un tratto di penna le buste «sedicenti biodegradabili». L’occasione è una conferenza stampa promossa da Assobioplastiche, in cui si presenta la ricerca di Mannheimer e si fa il punto sullo stato dell’arte a un anno dall’entrata in vigore del divieto.

Clini: «Vogliamo andare fino in fondo sui sacchetti»
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini non ha dubbi sulla questione. In un anno, i chiarimenti sulla normativa richiesti da più parti non sono arrivati, ma Clini, intervenendo alla conferenza stampa, promette: «Vogliamo andare fino in fondo sui sacchetti, su questo non c’è da aprire una discussione, è così e basta. Il messaggio deve essere chiaro: i sacchetti con caratteristiche che non permettono loro la dispersione come materiale naturale, rimangono a tutti gli effetti materiale plastico». Tradotto: le shopper non compostabili saranno vietate, perché assimilabili a quelle non biodegradabili.

Compost nei sacchetti non biodegradabili ed effetto “trascinamento”
La confusione sulle buste additivate si riflette anche nel settore del compostaggio, dove crea non pochi problemi. Come spiega Massimo Centemero, coordinatore del Comitato tecnico del Consorzio italiano composta tori, rispetto alla frazione umida raccolta in un sacchetto compostabile, quella raccolta in una busta di plastica tradizionale contiene l’8% in meno di rifiuto organico, e dunque molte più impurità. «8% significa potenzialmente 180.000 tonnellate all’anno di plastica di scarto, che in parte sono sacchetti e in parte impurità dovute al “trascinamento”: il cittadino, quando raccoglie l’umido in una busta non biodegradabile, è portato a immettere nell’organico anche altri manufatti plastici». Con conseguenze non trascurabili per gli impianti di compostaggio, che «devono smaltire ogni anno 100.000 tonnellate di plastiche da imballaggi». In Italia, secondo Centemero, l’organico viene ancora raccolto nelle buste di plastica tradizionale nel 46% dei casi, mentre in un caso su 10 si tratta di shopper «sedicenti biodegradabili», e nel restante 44% di sacchetti realmente compostabili. Situazione che è più virtuosa in Lombardia, ma peggiore in Campania, dove le buste additivate arrivano al 24%.

L’indagine Ispo: «Legge accolta bene dai commercianti, ma serve più informazione»
La ricerca è stata condotta dall’Istituto di Mannheimer su un campione rappresentativo di 400 commercianti di generi alimentari, per capire utilizzo e valutazione dei nuovi sacchetti. I risultati sono per certi aspetti confortanti: la quasi totalità degli intervistati conosce la legge che ha messo al bando i sacchetti di plastica (solo l’1% non ne ha mai sentito parlare) e circa il 90% la approva per le sue implicazioni ambientali. Per quanto riguarda l’utilizzo, le percentuali scendono un po’: usa regolarmente le buste biodegradabili l’82% dei commercianti, il 14% solo marginalmente e il 4% mai. Non mancano le criticità, a partire dall’opera di informazione dei negozianti, che secondo il 41% (in maggioranza commercianti di Sud e isole, proprietari di piccole attività) non è stata sufficiente. Una parte degli intervistati ha le idee un po’ confuse anche sulla differenza tra biodegradabile e compostabile: il 26% non la conosce, mentre un altro 16% sa che non sono la stessa cosa, ma non sa della certificazione dei sacchetti compostabili. «Considerando le informazioni fornite dagli intervistati riguardo all’utilizzo dei sacchetti, alla loro certificazione e al materiale, – chiarisce Mannheimer – risulta che solo il 10% utilizza autentici shoppers compostabili. Nel 60% dei casi non si può dire con certezza che si tratti di compostabile, mentre il 26% usa biodegradabile non compostabile».


Fonte: Eco dalle città